Miss-Pelling Heart

Cronache di un cuore dislessico

Canto n. 23 – It’s a curse of mine to be sad at night

Perchè in fondo sono un’inguaribile romantica..e ascoltare anche una sola canzone mi trasporta in un universo parallelo.
Sono senza speranza forse?

Guarda qua, gli Stone Temple Pilots, il nostro primo concerto assieme, forse prima ancora dei Marta Sui Tubi.

Ed ecco, la casa invasa da musicisti, addormentarsi col suono del Fender Rhodes, un inverno fatto di aperitivi grunge e liti furiose, tra quei pochi, magici momenti felici. Ma era davvero felicità? O solo un’ombra di essa? Un palliativo che anestetizzasse, tra un alcolico e un altro, la consapevolezza che quella non era la mia vita. Non mia, ma di qualcun altro: di una creatura nata dalla simbiosi delle nostre due entità, che si nutriva del nostro respiro e delle nostre energie, e che, alla fine, ci ha divorato.

Pensavo, a me che piacciono tanto le metafore: per sciogliere il nodo non bisogna tirare il filo, ma “tornare indietro” e ammorbidire la tensione, con tanta pazienza..
Oppure si taglia di netto, ma nel mio caso non pare funzionare. I mille tagli che ho provato a dare hanno forse creato una matassa ancora più intricata.
Forse devo ripartire da capo, per poter andare avanti?

 
Rock and love.
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Canto n. 15 – Love what is ahead by loving what has come before.

– Sei proprio un bugiardo

– E tu una bambina

– Spari cazzate e pretendi sincerità

– E tu cosa fai?

– Non voglio sapere niente

– Non hai nessun rispetto

– Ma di che rispetto parli

– Cosa dovrei fare, non dovrei vivere?

– Fai quello che ti pare ma non raccontarmi minchiate

– Ma vaffanculo

– Ma vaffanculo tu

– Ci stiamo distruggendo

– Non capisco più niente

– Io ti sento ancora mia

– E’ assurdo

– A me sembra assurdo che tu non sia qui

– Mi preoccuperò sempre per te, inevitabilmente

– Ti rapirò prima o poi… Io e te nel posto delle fragole

– Fate buon viaggio

– Parto da solo

– Non ci sarò a salutarti

– Addio…

 

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Canto n. 4 – Lente elaborazioni

Chissà perché ogni volta che sogno di averti ancora vicino tu sei a pochi passi da me. Anche se dovresti essere a centinaia di chilometri di distanza, forse in un altro emisfero. Sicuramente in un altro mondo, a popolare le notti di qualcun altro, di qualcun altra. Com’è giusto che sia, in fondo.

Cosa ti manca?

Dove sarai ora?

Come stai?

Cosa ti ricorderai di noi?

Ci saranno delle colpe da dare?

Dei perdoni da elargire?

Rimarrà qualcosa da salvare?

Immagine

Io credo di si.  Anche dopo uno sfacelo, dopo infinite discussioni e mille silenzi.

Anche se sembra essere rimasta solo un’incolmabile distanza tra noi. Anche se sono solo briciole, io salvo. Salvo momenti belli e meno belli, tutti unici. Tutto ha fatto parte della nostra crescita. Anche quella lenta inesorabile morte in cui mi sembrava di affogare ogni tanto. E ora, la sensazione che ho, è quella di sentirmi più viva. Ferita, arrancante, esausta, ma viva. Annaspo, zoppico, quasi soffoco per tutto l’ossigeno che mi trovo improvvisamente a respirare. Mi gira la testa, non ho ancora raggiunto l’equilibrio. Ma sono incredibilmente viva. Forse innamorarsi e distruggersi serve anche a questo, come una di quelle cose che se non le hai provate non hai vissuto veramente, che alla fine sono solo tue, e rimangono tali, preziose, da custodire. Ogni giorno faccio un gradino in più nel mio vissuto. Verso me stessa, la mia vita, il mio cuore dislessico e palpitante.

(abbraccio all'alba in largo marinai d'italia-milano)

(abbraccio all’alba in largo marinai d’italia-milano)

mille farfalle che gridano, ogni alone è denso

blunedì prendimi e stringimi
dimmi che adesso sei qui
nuoto in un lago di piccole

solitudini”

(norman – blunedì)

Dovresti essere a centinaia di chilometri di distanza, forse anche in un altro emisfero. Chissà perché, invece, ogni volta che sogno di averti ancora vicino  sei a pochi passi da me.

Rock’n’love

Miss Pelling

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Canto n.2 – Maybe it was just a dream

ho sognato che mi aspettavi sotto casa..che stavi in giardino a guardare verso la mia finestra, l’unica illuminata del palazzo, sperando che mi affacciassi un minuto verso la tua direzione, e che magari ti vedessi, laggiù in fondo..
ma hai perso presto le speranze, te ne sei andato, lasciandomi un messaggio di non ritorno.


a volte penso a quante volte mi hai aspettato, per quanto tempo.
penso a quando mi guardavi dormire, per ore

penso a tutte le volte che il nostro sguardo si perdeva in direzioni diverse, per poi fondersi, l’uno negli occhi dell’altra.

penso alle discussioni infinite, di notte, inconcludenti, che terminavano con fiumi di lacrime. penso a tutte le lettere che ti scrivevo e che non ti ho mai dato, prima e dopo. parlare diventava ogni giorno più difficile, mentre l’amore aumentava..non ho mai saputo spiegarmelo. Mi lasciavo trascinare, ed era bellissimo.

da wikipedia:

“Il fulmine (chiamato anche saetta o folgore) è una scarica elettrica di grandi dimensioni che avviene nell’atmosfera e che si instaura fra due corpi con una elevata differenza di potenziale elettrico”

ecco, rende l’idea. una folgorazione così forte non sarebbe potuta succedere se tra noi non ci fosse stata tutta quella “differenza di potenziale”. come una cascata, tanto più è bella e potente quanto più è grande il dislivello del terreno.

Ma dopo un pò le differenze diventano incolmabili. C’è stata una necessità di distanza da parte mia. E nel frattempo, non volevo perderti. Ma il mio istinto di fuga è stato più forte, come un tiro alla fune.  Tu mi hai detto ogni tipo di cosa: le parole non ti sono mai mancate. In un impeto d’ira mi hai detto “se te ne vai, dopo una settimana andrò con un’altra”. Invece mi hai aspettato, come nel mio sogno.

Anche se lei c’era già.

Ma questa è un’altra storia, un altro sogno.

Ormai mi fido più dei miei sogni che di quello che dici. Ricordi quando ti ho detto questa frase?

Mai come in questo periodo mi ricordo di come, in famiglia, i sogni premonitori siano sempre stati normali. Mia nonna è sempre stata speciale in questo. Ricordo che mi raccontò che un giorno si sognò che il nonno aveva avuto un incidente nel forno in cui lavorava, e che tornò in motorino con una mano ustionata. Si svegliò sconvolta, e raccontò il sogno ai suoi figli, tra cui mia madre, che se lo ricorda bene.

Dopo due settimane, mio nonno non tornò a casa puntuale dal lavoro, come faceva sempre, ma un pò più tardi. Mia nonna lo aspettava con ansia. Quando arrivò, col suo motorino, aveva una mano fasciata, si era ustionato al forno.

Da allora, la nonna smise di raccontare i propri sogni. Ma ha continuato a farne. Ricordo quando, ero adolescente, mi disse che aveva sognato che mi scoprì a fumare, e che me ne diede tante, ma tante. Essendo mio nonno un accanito fumatore, non poteva accettare il fatto che io potessi iniziare. Stava malissimo. La rassicurai, nonna figurati, io che fumo, quando mai. Tornai a casa e gettai il primo pacchetto comprato. Da qualche settimana scroccavo sigarette ai miei amici.

Dopo quel giorno non riuscii più a fumarne una intera.

A volte ti sognavo, mentre suonavi, mentre parlavi, o incontravi persone. Ti vedevo in situazioni assurde. Poi ho iniziato a sognarti con lei. Ma non ho mai detto nulla. Una volta te l’ho accennato, quando ci eravamo già lasciati. Tu risposi “non farti condizionare da sti sogni, però”.

Beh ora non ho più diritto di dire niente. E’ la tua vita, ho scelto di non farne più parte.

Quando si realizza un incubo, rimane una sensazione strana. E’ la dimensione onirica che entra e si fonde nella realtà, è difficile distinguerle. Non puoi dire, era solo un sogno, perché ci sei ancora dentro.

Ma forse è il contrario.

In fondo non è un incubo che si è realizzato, è la vita vera. Sono io, che  mi sto svegliando da un sogno.

Un sogno lungo, dolce, complicato, travagliato, dove c’eri tu, dove eravamo noi. Noi due contro il resto del mondo, come dicevi sempre. Ma la realtà è questa: un tempo e un luogo dove tu non ci sei, dove non c’è più un noi.

Quello che siamo stati forse poteva durare solo il tempo di un sogno.

E forse, lo è stato davvero, tutto un sogno.

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io e il Bassistanudo (canto n.1 – esorcismo)

sai quando si dice, non ci sono più gli uomini di una volta.
che quelli di oggi non c’hanno più le palle.

che i ruoli si sono invertiti, che ora è la donna che deve corteggiare. che sono i ragazzi a farsi pregare. che quando vai nei locali ti ritrovi tutti i bigliettini coi loro numeri di telefono nelle tasche dei pantaloni, della giacca, in borsa.e  ti chiedi: ma mo’ questi li devo pure chiamare? io?!?
oppure c’è sì, chi ti chiama, ma che al secondo appuntamento, invece di provarci, ti dice: Tu sei la Donna che può farmi diventare un Uomo. e tu intanto cerchi l’uscita di sicurezza più vicina. (e dentro la testa, la canzone di Battisti: la Donna è Donna e tu una Donna seeeeeiiii….che importa cosa faaaaiii)

oppure ci sono quelli che si, ti chiamano, ma solo per ricevere e non ricambiare: come dice la mia amica scrittrice, la categoria Merda/DeveMorire. che oltre a pretendere e basta, ti trattano pure come una sfigata. e tu che ci caschi, come una scema, ben sapendo di che razza di uomo si tratti. Ma allora, perché, dico io, perché ci caschiamo sempre e comunque? Perché sono fichissimi, ovvio. (…). (e ci io canto sopra questa...ma questo possiamo anche glissarlo)

Insomma, gli aneddoti si sprecano.

E poi…..poi c’è una categoria a parte.

per me, c’è stato il Bassistanudo. Colpo Di Fulmine Istantaneo.

Mi ha corteggiato come non mi era mai capitato. Ha continuato a cercarmi nonostante le mie intimidazioni.. (si insomma, cercavo di tirarmela  un pò, per una volta, invano ovviamente). Mi ha conquistata, inesorabilmente, inevitabilmente, nonostante le mie resistenze. Che rabbia!
Ci siamo conosciuti al MiAmi, che detto così già fa molto indie. ma di indie non c’è niente in questa storia, solo puro Rock. And Love.
Che poi io nemmeno lo sapevo fosse un bassista. mannaggia a me, e alle mie cotte adolescenziali, sempre di bassisti mi sono innamorata! pure uno col Rickenbacker vintage doveva capitarmi.

l’epiteto Bassistanudo però risale a tempo addietro, quando ancora non lo conoscevo. andai a vedere il concerto della sua band e li presi in giro tutta sera perché sto bassista si tolse la maglietta dopo 5 minuti e rimase praticamente “ignudo”, pure con le chiappe di fuori, visto che perdeva anche i pantaloni. Io, inclemente, passai tutto il tempo a urlare “nudinudi” sotto al palco. tanto, chi li conosceva!
e fu così.

che in un battito di ciglia io e il Bassistanudo diventammo una cosa sola.

la sua passione mi travolse.

come un assolo infuocato di Jimi Hendrix che ti entra sottopelle.

come la prima volta che ascolti Blitzkrieg Bop dei Ramones e non riesci a non saltare.
o come il tuo primo concerto dei Pearl Jam, che canti e piangi, e dici “Eddie sposami” e piangi di nuovo e canti e ti emozioni.

E così passarono i primi mesi. Era un fuoco appassionato, che aggiungeva il sudore dei nostri corpi avvinghiati al sudore dell’estate milanese, tra concerti dei Marta Sui Tubi, bottiglie di grappa e di vodka, sdraiati per strada, o a farci le canne al Masnada, come balene spiaggiate. Sembrava una storia adolescenziale, di quelle che ho sempre sognato quando avevo 16 anni. Ascoltavamo la cassettina dBlissard dei Motorpsycho a tutto volume, in macchina. Ci baciavamo ovunque, sfacciatamente, in ogni circostanza, senza ritegno. Ce ne fregavamo della gente, delle loro opinioni, della loro invidia. We’ve got chemmie, come canta Joan As Police Woman.Andavamo in bici in due, lui in sella, io dietro. Alzavamo i piedi e lasciavamo andare quando arrivava la discesa, lo abbracciavo forte. Nelle orecchie, le cuffie dell’ipod, a tutto volume una canzone all’apparenza minuscola, piccola piccola, che ci ha accompagnato per due anni: Blood (The Middle East). Ancora adesso, quando la ascolto, mi si stringe lo stomaco.

Sono questi, i momenti che rimangono, nonostante lo sfacelo che arrivò successivamente.

Perché una fiamma così irrompente, incontenibile, travolgente, inevitabilmente scatena un incendio che brucia tutto, senza distinzioni, alla radice. Lo sapevamo fin dall’inizio, forse, che questa storia ci avrebbe distrutti entrambi. Ma nessuno dei due ha tirato il freno a mano. Fino a quando non è stato inevitabile. Ci è esplosa tra le mani, ci ha lasciato esangui tra le macerie.

e rimane solo un infinitesimo di me di te di me di te, solo una parte infinitesima.

Sono un infinitesimo di me di te di me di te, solo una parte infinitesima

rock’n’love,

MissPelling

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Canto n. 0 – l’ispirazione

Comincia così,

con una lettera scritta di getto per una trasmissione radio appena lanciata, Rock’n’Love.
Il tema della puntata era l’amore tormentato, l’amore violento, estremo.

ho deciso di raccontare della mia storia d’amore appena conclusa, per trasformare tutto l’amore e il dolore che c’erano stati in qualcosa di positivo.

melissa ha letto una parte della mia lettera in diretta, poi l’ha pubblicata sul suo blog:

http://iopameilrocknroll.blogspot.it/2013/01/esorcismi.html

Tanti e inaspettati i commenti di chi mi ha chiesto di continuare a scrivere.
Per me, per loro.

così nasce MissPelling: il racconto come terapia, per me che scrivo, e per chi mi vorrà seguire.

Rock And Love,

MissPelling

 

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Ostaria Dai Kankari

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