Miss-Pelling Heart

Cronache di un cuore dislessico

Canto n. 7 – But I believe in peace, (b****)

La scimmia della gelosia assale ancora le mie notti e le mie mattine.

Non mi riconosco più certe volte.

Com’è possibile? Come uscire dal labirinto che sta costruendo la mia mente? Niente di tutto ciò ha più senso ormai.

Cito dal bellissimo blog di Agnès Weber, che con un’immagine riesce ad esprimere tutto quello che sento:

“Ora che non sai più leggermi dialogo da sola come impazzita.
Elemosino sguardi e carezze, come un cane. Ma non ero, una volta, un felino fiero e libero?
Quand’è successo? Come sono potuta cadere così in basso?
E’ possibile che mi sia seppellita viva, stregata e deliziata dal disgusto di me stessa? 
Ora barcollo completamente ceca lasciando passare impotente ogni via di uscita”.

fonte: Barcollando..

 

ButI believe in peace (BITCH)

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Canto n.2 – Maybe it was just a dream

ho sognato che mi aspettavi sotto casa..che stavi in giardino a guardare verso la mia finestra, l’unica illuminata del palazzo, sperando che mi affacciassi un minuto verso la tua direzione, e che magari ti vedessi, laggiù in fondo..
ma hai perso presto le speranze, te ne sei andato, lasciandomi un messaggio di non ritorno.


a volte penso a quante volte mi hai aspettato, per quanto tempo.
penso a quando mi guardavi dormire, per ore

penso a tutte le volte che il nostro sguardo si perdeva in direzioni diverse, per poi fondersi, l’uno negli occhi dell’altra.

penso alle discussioni infinite, di notte, inconcludenti, che terminavano con fiumi di lacrime. penso a tutte le lettere che ti scrivevo e che non ti ho mai dato, prima e dopo. parlare diventava ogni giorno più difficile, mentre l’amore aumentava..non ho mai saputo spiegarmelo. Mi lasciavo trascinare, ed era bellissimo.

da wikipedia:

“Il fulmine (chiamato anche saetta o folgore) è una scarica elettrica di grandi dimensioni che avviene nell’atmosfera e che si instaura fra due corpi con una elevata differenza di potenziale elettrico”

ecco, rende l’idea. una folgorazione così forte non sarebbe potuta succedere se tra noi non ci fosse stata tutta quella “differenza di potenziale”. come una cascata, tanto più è bella e potente quanto più è grande il dislivello del terreno.

Ma dopo un pò le differenze diventano incolmabili. C’è stata una necessità di distanza da parte mia. E nel frattempo, non volevo perderti. Ma il mio istinto di fuga è stato più forte, come un tiro alla fune.  Tu mi hai detto ogni tipo di cosa: le parole non ti sono mai mancate. In un impeto d’ira mi hai detto “se te ne vai, dopo una settimana andrò con un’altra”. Invece mi hai aspettato, come nel mio sogno.

Anche se lei c’era già.

Ma questa è un’altra storia, un altro sogno.

Ormai mi fido più dei miei sogni che di quello che dici. Ricordi quando ti ho detto questa frase?

Mai come in questo periodo mi ricordo di come, in famiglia, i sogni premonitori siano sempre stati normali. Mia nonna è sempre stata speciale in questo. Ricordo che mi raccontò che un giorno si sognò che il nonno aveva avuto un incidente nel forno in cui lavorava, e che tornò in motorino con una mano ustionata. Si svegliò sconvolta, e raccontò il sogno ai suoi figli, tra cui mia madre, che se lo ricorda bene.

Dopo due settimane, mio nonno non tornò a casa puntuale dal lavoro, come faceva sempre, ma un pò più tardi. Mia nonna lo aspettava con ansia. Quando arrivò, col suo motorino, aveva una mano fasciata, si era ustionato al forno.

Da allora, la nonna smise di raccontare i propri sogni. Ma ha continuato a farne. Ricordo quando, ero adolescente, mi disse che aveva sognato che mi scoprì a fumare, e che me ne diede tante, ma tante. Essendo mio nonno un accanito fumatore, non poteva accettare il fatto che io potessi iniziare. Stava malissimo. La rassicurai, nonna figurati, io che fumo, quando mai. Tornai a casa e gettai il primo pacchetto comprato. Da qualche settimana scroccavo sigarette ai miei amici.

Dopo quel giorno non riuscii più a fumarne una intera.

A volte ti sognavo, mentre suonavi, mentre parlavi, o incontravi persone. Ti vedevo in situazioni assurde. Poi ho iniziato a sognarti con lei. Ma non ho mai detto nulla. Una volta te l’ho accennato, quando ci eravamo già lasciati. Tu risposi “non farti condizionare da sti sogni, però”.

Beh ora non ho più diritto di dire niente. E’ la tua vita, ho scelto di non farne più parte.

Quando si realizza un incubo, rimane una sensazione strana. E’ la dimensione onirica che entra e si fonde nella realtà, è difficile distinguerle. Non puoi dire, era solo un sogno, perché ci sei ancora dentro.

Ma forse è il contrario.

In fondo non è un incubo che si è realizzato, è la vita vera. Sono io, che  mi sto svegliando da un sogno.

Un sogno lungo, dolce, complicato, travagliato, dove c’eri tu, dove eravamo noi. Noi due contro il resto del mondo, come dicevi sempre. Ma la realtà è questa: un tempo e un luogo dove tu non ci sei, dove non c’è più un noi.

Quello che siamo stati forse poteva durare solo il tempo di un sogno.

E forse, lo è stato davvero, tutto un sogno.

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Ostaria Dai Kankari

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